La Storia di Bshop

“Ho sempre vissuto un po' al limite, o almeno entro quello che io credevo fosse il mio limite — e certamente senza superarlo mai. Perché quando ti accorgi di averlo oltrepassato, è già troppo tardi.  Così l’istinto diventa quello di cercarlo — il limite — avvicinandoti il più possibile. Nella vita, ancora prima che nello sport e nell’arrampicata, ho sempre inseguito questo fragile equilibrio di tensione. Capire quanto sei distante dal limite, questa ricerca mi tiene vivo.”

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Elio Cacchio

Ci sono due cose che non ho ancora fatto.

 

Beh, in realtà ce ne sarebbero parecchie, ma se parliamo di Bshop me ne vengono in mente due — e una la sto per fare adesso.

 

Scrivere, finalmente, un piccolo riassunto di come tutto è cominciato.
 

Si dice spesso che un progetto nasca da una passione.


Nel mio caso, non è andata proprio così.

 

La passione c’era, ed era forte.
Anzi, ce n’era più di una.
Il percorso non è però stato proprio lineare.

 

Bshop è nato per caso — da una serie di coincidenze che solo col passare del tempo hanno iniziato a prendere forma.

La Premessa

Personalmente non avevo alcuna esperienza commerciale, certamente nessun capitale, e vendere non è mai stato il mio primo istinto.

 

In compenso avevo una passione innata per lo sport — qualunque disciplina e qualunque sfida, soprattutto con me stesso — e una curiosità naturale per il mondo digitale. Curiosità nata all’inizio degli anni ’90, quando a una lezione di economia sentii parlare per la prima volta di questa cosa misteriosa che chiamavano ‘Internet’.

 

Bshop non nasce da un progetto studiato a tavolino, ma da un intreccio di casualità, passione e istinto.

 

Le sue radici affondano nella cultura dell’arrampicata torinese: dai muri fatti in casa, al 'Vicky Club' di Rivoli, alla palestra 'Il Mondo', fino alla profonda esperienza del Bside Climbing Village.

È lì, alla fine degli anni ’90, che prende forma una comunità fatta di corde, prese e pareti — ma anche di amicizie, esperimenti e sogni concreti.

 

Da allora, l’anima di Bshop è sempre stata la stessa: vivere la verticalità in modo autentico, con voglia di esplorare, rispetto e una buona dose di incoscienza creativa.

Bshop Ravina @Bside a settembre 2004.

1988 - Il viaggio in bici tra Corsica e Sardegna

Anni ’90 – come tutto è cominciato

Avevo tredici, forse quattordici anni, quando un mio amico con cui condividevo la passione per la chitarra e le escursioni in bici — Piero — mi propose di fare un corso di alpinismo.

Mi mostrò una copertina (o forse una pagina) di Alp che non ho ancora ritrovato; ricordo solo Thomas Bubendorfer che arrampicava slegato su una parete, forse sulla Marmolada.

 

Io seguivo Piero praticamente in tutto, lui era per me il pioniere di mille mille esperienze, il corso di chitarra, il primo CD, il  tour epico in bici tra Corsica e Sardegna. I miei genitori quando ero con lui non si preoccupavano, Piero era il primo della classe, studiava sul pullman nei 30 minuti di viaggio e durante i compiti lo isolavano per evitare copiature; io invece abitavo di fronte alla scuola, cinque minuti scarsi a piedi… e i risultati si vedevano 😂 

Dunque pieno di paure, accettai.
 

Ma con una condizione: “Va bene, basta che non ci facciano scalare su quelle pareti verticali.” Così iniziammo il corso, con le guide alpine Renzo Luzi e Alberto Borello. Prima lezione: manovre di corda nel sottotetto del Rifugio Levi Molinari. Il giorno dopo: prime prove di verticalità sui sassi intorno alla Conca. Da lì, una serie di uscite alpinistiche — tra cui l’indimenticabile Barre des Écrins — mi accesero dentro una passione incontenibile.

Si ribaltarono i ruoli. Ogni weekend cercavo di trascinare Piero a scalare, anche se il nostro unico mezzo di trasporto era la bicicletta.
Da Torino alla Val di Susa, con corda e attrezzatura nello zaino.

Mi innamorai delle rocce dell’Orrido di Foresto e delle Striature Nere.
Nel giro di un anno e mezzo riuscii a completare quasi tutte le vie.

Prima di allora avevo la passione per il calcio, ma scoprire sulla mia pelle la possibilità di spingere il limite — di avvicinarmi davvero a quel punto oltre il quale non si può andare — fu una rivelazione.
Una dipendenza. Una porta aperta verso un nuovo modo di conoscermi.

1989 - Paretina di Borgo (Valli di Lanzo). Quel giorno fu un'emozione conoscere Gian Carlo Grassi. Lo so! I pantacollant si usavano così.

Le prime gare e il muro sul terrazzo

Nel 1992 diventai istruttore federale F.A.S.I. e iniziai anche a fare le prime gare di arrampicata in giro per l'Italia. Mi allenavo di continuo — giravo con il cronometro al collo per non perdere neanche un minuto — e mi costruii un muro sul terrazzo di casa, dove passavo ore appeso, incastrando studio, vita e allenamenti.

La sera leggevo 'Grimpeur' di Patrick Edlinger e sognavo in verticale.

Per finanziare le trasferte producevo in casa appigli per l'arrampicata: lo stirene impregnava il terrazzo appena fuori dalla mia camera, e già allora dovevo inventarmi soluzioni creative ed economiche per sopravvivere a quell’odore pungente. Ma non mi pesava: era parte del gioco, parte dell’ascesa.

In quei giorni iniziai a intuire che la mia vita sarebbe stata intrecciata alla scalata, in un modo o nell’altro. Solo non immaginavo ancora come, né quanto lontano mi avrebbe portato.

Il cronomentro sempre al collo - 1997

1993 - Brescia Coppa Italia, la prima gara

Il muro sul terrazzo costruito nel 1992 (Foto M. Nardi)

1999 - il laboratorio produzione appigli, muri arrampicata e risuolatura

1999 – Nasce la B-side Factory

Alla fine degli anni ’90, quando l’arrampicata torinese era ancora un fermento sotterraneo fatto di garage, prese scolpite a mano e sogni appesi a una corda, arrivò l’idea di Marzio Nardi.
Un’intuizione semplice, quasi buttata lì, ma destinata a cambiare molte cose: creare un vero laboratorio per la produzione di appigli in resina.

 

Così nacque la B-side Factory.

 

Lavoravo insieme a Roberto Mochino — chiodatore, scalatore e custode di Campambiardo, la mia falesia preferita.
Le nostre giornate non erano spettacolari: resina, stampi, poliuretano e polvere ovunque. Eppure c’era un’energia che aspettava solo di esplodere.

 

Non guadagnavo quasi nulla, ma non me ne importava.
Il lavoro era poco, ma la creatività era tanta, e quella bastava a riempire le giornate.

 

Poi, nel 2004, arrivò il primo vero salto.
Bside lasciò i campi squash della palestra American per trasferirsi in un grande capannone: uno spazio immenso, ruvido, pieno di promesse.


E in un angolo, quasi dimenticato, c’erano 80 metri quadri liberi.

Nessuno lo sapeva ancora, ma lì — in silenzio e quasi per caso — sarebbe nato il primo Bshop.

La crescita – da un negozio al progetto Bshop

A novembre 2004 la nuova palestra aprì. 

Io avevo passato tutta l’estate a progettare i muri d’arrampicata dopo un paio d’ore di lezione su AutoCAD 3D insieme agli architetti Alberto e Giulia.
Due ore per capire un programma, tre mesi per immaginare un mondo.

A settembre iniziai a costruirli insieme a Roberto Mochino e ai miei soci Bside e, solo quando la palestra prese vita, mi misi a lavorare al 'negozio'.

 

Si partì dal basso, letteralmente. Niente vetrate, niente porte.
Solo un’asse di legno appoggiata a due cavalletti, una fila di scarpette La Sportiva, la mitica 'Slingshot' (che qualche appassionato vintage ricorderà), un po’ di abbigliamento E9 e qualche rinvio Petzl — l’attrezzatura che per anni mi aveva accompagnato in falesia.
 Ogni sera riportavo tutto nel magazzino al piano interrato, come se smontassi un piccolo circo ambulante.

Nel 2005 nacque anche il primo e-commerce: bshopzone.com, fatto in Flash — tecnologia ormai estinta.
Un piccolo miracolo artigianale del web, costruito insieme a Nicola e Matteo, che mi insegnarono tutto quello che so per muoversi nel mondo digitale, allora per me sconosciuto.

 

Nel frattempo avevo imparato a risuolare scarpette grazie a un weekend di lavoro intenso ad Arco di Trento con Fabio, allora fondatore di  Vertical Sport. Diventai risuolatore autorizzato La Sportiva. Le mattine si passavano a produrre appigli e riparare scarpette, i pomeriggi in negozio, le sere a dar lezioni di arrampicata agli allievi più affezionati in palestra.


Era un ritmo folle, ma aveva una sua musica. Ogni giorno era una corsa.
Ogni giorno qualcosa di nuovo da imparare e da inventare.

2004 - il mio portatile Dell e il progetto Bside Climbing Village

Bshop e Bside 2004 - working in progress

Novembre 2004 | la scala made in Bshop per accedere al negozio

Bshop comincia da lì, da quel piccolo spazio di 80 metri quadri.
Non avevo un piano preciso, né un vero progetto imprenditoriale.
Avevo solo l’idea che si potesse creare qualcosa di diverso: un negozio che parlasse la lingua di chi arrampica davvero. 

 

Recupera! Blocca!

Tieni corto che provo!

Occhio al lasco!
La via è tutta da leggere, poi una sequenza tecnica e un passo di blocco.

Oggi due resting ma domani la libero!

 

Grammatiche verticali che cercavano un vocabolario che le ospitasse.

 

Bshop è cresciuto quasi da solo.

Bshop Avigliana - lavori in corso ottobre 2015

Dopo Torino arrivarono Boves, Braccini, Ivrea, Firenze, Avigliana…
Ogni negozio con la sua personalità, ma con lo stesso spirito.

Niente business plan, solo entusiasmo, notti in bianco e lavori fatti a mano.
Più che un’azienda, era una comunità.
Un gruppo di persone che condivideva un modo di vivere, prima ancora che un mestiere.

Senza accorgermene, mi stavo cucendo addosso un lavoro che non sarei stato capace nemmeno di immaginare.
Un ruolo nato scavando dentro di me, tra intuizioni, coraggio e un pizzico di incoscienza.

Oggi Bshop è molto diverso da com’era all’inizio.
Ci sono più persone, più tecnologia, più responsabilità.
Eppure, nel profondo, l’anima è rimasta la stessa.

 

Bshop non ha mai cercato di diventare “grande” nel senso classico del termine.
L’istinto è sempre stato quello di restare fedeli all’origine.

Ogni negozio, ogni persona del team, ogni cliente che entra — tutti fanno parte della stessa storia.
Una storia nata per caso, cresciuta con passione, e tenuta in piedi da una cosa semplice:
la voglia di fare le cose per bene, provando e riprovando, come si impara a fare in arrampicata quando si cerca di salire in sosta senza resting.

 

Forse è proprio questo che, ancora oggi, fa di Bshop quello che è:
un posto sincero, dove la montagna non è solo sullo sfondo, ma dentro tutto quello che facciamo.

Se siete arrivati fin qui a leggere, e non vi ho distratto troppo, ricorderete che c’era una seconda cosa che non ho ancora fatto: un’insegna.
 

E forse sta arrivando il momento di farla.

Anche se, diciamocelo,

Bshop si è sempre riconosciuto per altro.

 

Per le mani sporche di magnesite.
Per i sorrisi.
Per chi entra e dice:
“sono a casa.”

Live green, think rock!